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Digitalizzazione e infrastrutture, perché siamo così in ritardo e cosa potrebbe cambiare con il PNRR

Mag 12, 2022 | Trasformazione digitale

L’emergenza sanitaria ha evidenziato i ritardi in materia di digitalizzazione delle imprese e il gap su infrastrutture come 5G e banda larga, non solo in termini tecnologici, ma anche di iter amministrativi che necessitano di essere snelliti e velocizzati. In questo contesto si inserisce l’opportunità rappresentata dal PNRR che, con misure pari a circa 6,7 miliardi di euro per le reti VHCN, necessitano di una vera e propria nuova maturità digitale. È necessario, perciò, comprendere quali sia lo stato dell’arte, quali i ritardi e, soprattutto, in che modo porvi rimedio in maniera incisiva.

Partiamo con ordine.

Per maturità digitale si intendono sia la qualità e la pervasività delle reti, sia l’alfabetizzazione informatica di pubbliche amministrazioni, imprese e individui. Per quanto riguarda le reti VHCN (Very High Capacity Network) volte a sostenere il processo di digitalizzazione delle attività pubbliche e del servizio pubblico, la copertura e la penetrazione sono in aumento, ma ancora insoddisfacente (sulla base dei dati Eurostat-DESI, nel 2021 sono rispettivamente pari al 33,7% e 28,4% a fronte di una media UE28 pari al 59,3% e al 34,2%). Per quanto concerne invece i livelli di alfabetizzazione informatica, sono al di sotto della media europea: solo un italiano su cinque ha competenze superiori a quelle di base e il 41% le ha almeno di base, mentre le medie europee corrispondenti sono rispettivamente del 31% e del 56%, con notevoli disparità tra le varie regioni. Vi sono, inoltre, importanti disomogeneità nell’adozione delle tecnologie digitali avanzate da aprte delle imprese di classi dimensionali diverse.

Quali sono le ragioni del ritardo?

Le ragioni del ritardo del nostro Paese sono da ricercare nelle scelte regolatorie e di policy poco coraggiose, nelle procedure amministrative e di governance che incidono negativamente sull’incentivo privato verso l’investimento e nella morfologia della rete telefonica pubblica che ha condizionato sin dall’inizio lo sviluppo del mercato della banda larga. L’assenza di un’infrastruttura fissa alternativa alla linea telefonica ha infatti impedito che vi fosse uno spontaneo circolo competitivo virtuoso che altrove si è rivelato efficace nel favorire gli investimenti per il miglioramento qualitativo e la copertura delle reti. Le scelte successive del regolatore, dalla concorrenza spuria alla compressione del potere di mercato del c.d. incumbent che ha favorito poi l’immediata entrata di maggiori operatori concorrenti, hanno portato a controindicazioni rilevanti dal punto di vista degli incentivi a investimenti puntuali. La concorrenza intramodale DSL è stata debole per molti, troppi anni e l’assenza di politiche industriali mirate hanno avuto effetti negativi nel medio-lungo termine. Tra questi, un rapporto qualità-prezzo delle connessioni insoddisfacente per i consumatori, una lentezza relativa della copertura della rete a banda larga, il ritardo nella transizione verso architetture più moderne e l’ipercompetizione delle telco.

In Italia, quindi, ci troviamo di fronte a un gap infrastrutturale da dover colmare rapidamente e le Telco operano in un contesto in cui le risorse privare disponibili per gli investimenti si sono ridotte nel tempo a causa dell’ipercompetizione sui servizi. Allo stato attuale, gli operatori delle telco sono chiamati a fare investimenti strategici, ma è necessario che a cambiare sia anche l’approccio del regolatore. Le risorse del PNRR rappresentano perciò un’occasione importantissima per contribuire a colmare il digital divide attuale, a patto che i bandi siano disegnati in modo da incoraggiare la partecipazione e le procedure amministrative siano liberate dagli attuali vincoli, spesso incomprensibili.

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda gli strumenti di incentivo alla domanda di connettività. Prendiamo in esempio il cosiddetto Piano Voucher che ha riguardato in prima istanza le famiglie e poi le micro, piccole e medie imprese. I dati della fase 1 non sono entusiasmanti, poiché si è attinto solo a poco più della metà delle somme stanziate e le percentuali di attivazione più basse si riscontrano nelle stesse Regioni che già registrano i ritardi di penetrazione della connettività più pronunciati. Bisogna poi tener conto che, per la maggior parte degli utilizzi elementari di Internet, la connettività mobile è già un ottimo sostituto di quella fissa, con prezzi peraltro inconfrontabili. Il problema, perciò, è relativo al valore attribuito alla connettività di alta qualità da parte degli individui, cui consegue la mancanza di consapevolezza dei potenziali benefici.

Quale, allora, la soluzione?

Solo una nuova e massiccia ondata di innovazioni digitali, focalizzata sulle modalità di organizzazione ed erogazione dei servizi, soprattutto erogati dalle PA, potrà spingere individui, famiglie e imprese nella giusta direzione. Si potrebbe ricorrere a voucher per corsi di alfabetizzazione per le fasce d’età più avanzate, tecniche di nudging, che prevedono di legare l’utilizzo di sistemi digitali al riconoscimento di badge che comportino benefici per gli utenti, ma soprattutto a politiche industriali che favoriscano il consolidamento di ecosistemi locali di innovazione, magari network di conoscenze e risorse che, messe a sistema, accompagnerebbero concretamente le imprese nel percorso di digitalizzazione.